Il Cardinale, varcando la Porta Santa del Duomo, ha presieduto la solenne Celebrazione di apertura in Diocesi del Giubileo della Misericordia, nella quinta Domenica dell’Avvento ambrosiano. Presenti oltre 7 mila fedeli nella Cattedrale e nella piazza

di Annamaria BRACCINI

«Il volto della Misericordia, quello di Cristo Gesù, è ora su ciascuno di noi».

Con questa certezza, comunicata ai settemila fedeli che si affollano tra le navate del Duomo e nella piazza, il cardinale Scola dà voce all’emozione per l’apertura solenne della Porta Santa, appena condivisa anche con le oltre duemila persone che sono sul sagrato della Cattedrale..

La lunga processione – tra i concelebranti ci sono il cardinale Tettamanzi, quattro Vescovi, il Capitolo metropolitano e una ventina di sacerdoti – che muove dall’altare di San Giovanni Bono, raggiungendo il portale bronzeo sul lato nord della facciata, è la rappresentazione di una Chiesa in cammino che, attraverso la soglia varcata, va incontro al Signore misericordioso con ognuno. Non a caso, tra i fedeli che seguono processionalmente il Cardinale, ci sono persone malate, detenuti delle Case circondariali di Bollate e Opera, cittadini e famiglie migranti. L’aspersione di tutti con l’acqua benedetta, attinta al Battistero borromaico del Duomo, ne esprime il simbolo di conversione.

«Abbiamo compiuto un gesto semplice, ma di evidente santità», sottolinea ancora l’Arcivescovo, con le parole di Gesù nel Vangelo di Luca, che introducono proprio le parabole della Misericordia e che sono state appena proclamate per l’apertura della Porta: “Sarà gioia nel cielo per un peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione”. «È questa una consolante promessa che, da duemila anni, continua a spezzare le troppo anguste maglie del nostro umano giudizio. Non attraverso una teoria, un’ideologia, ma nella carne e nel sangue, vale a dire nell’umanità stessa del Figlio di Dio, Gesù Cristo è il volto della misericordia del Padre, come ci ricorda papa Francesco nella Bolla di indizione del Giubileo, Misericordiae Vultus».

Ma perché e cosa significa il dono del Giubileo per le nostre comunità cristiane e per le nostre persone?

Chiara la risposta: «Dio si è incarnato ed è entrato nella trama della nostra esistenza. Nel Natale, il Signore Gesù si fa uno come noi, qui e ora, nel tempo e nello spazio. Così, con il Giubileo, la Chiesa offre tempi determinati – l’anno giubilare terminerà con la festività di Cristo Re, il 20 novembre 2016 – e luoghi precisi perché la misericordia riscatti il nostro peccato, mediante il perdono, anche se abbiamo paura di questa parola e la nascondiamo dietro mille eufemismi. Allora il tempo non rovina più verso la morte, ma viene trasformato dalla pazienza amante del Padre, che ci aspetta come figli nel Figlio. Il Giubileo, per questa ragione, è sorgente e annuncio di speranza per tutti, in modo particolare per quanti si sentono esclusi dalla salvezza».

E, poiché l’apertura della Porta santa coincide con la V Domenica dell’Avvento ambrosiano, dedicata al Precursore, è la pagina giovannea 3,28-30, ad aiutare a comprendere, attraverso la figura del Battista, «che al centro di questo anno speciale c’è la Grazia in persona, Gesù Cristo, misericordia del Padre. Egli è la “porta” che apre e riapre ad universale respiro il nostro cuore e la nostra mente. Come il Battista, la Chiesa, nonostante tutti i difetti dei suoi uomini, è tutta protesa verso la manifestazione di Gesù. Ogni parola, ogni indicazione, ogni iniziativa che proviene da parte della comunità cristiana non ha altro scopo che questo: lasciarsi prendere a servizio dall’incontro, carico di amore, tra ogni uomo e il Volto stesso della misericordia. Per questo i cristiani non si perdono d’animo. Lungo tutto l’Anno Santo anche noi, come san Paolo, potremo ripetere a tutti i fratelli che il Padre metterà sul nostro cammino, “Siamo i vostri servitori a causa di Gesù”. Dovunque c’è una persona, là la Chiesa è chiamata a raggiungerla per portare la misericordia e il perdono di Dio».

Come a dire, «il Giubileo ci provoca a questa apertura», nella consapevolezza che «il Signore ci chiama ad abbandonare ogni tentativo di salvarci con le nostre mani, tentativo inesorabilmente condannato al fallimento e perciò a quella sorda e insinuante disperazione che si chiama cinismo e avvelena le nostre persone e le nostre giornate».

È Cristo stesso che chiede di affidarci completamente a Lui, il Dio con noi. «È il Signore che vuole rendere feconda la terra della nostra esistenza, vuole che il nostro convivere nella società plurale diventi occasione di bene per ciascuno dei membri della nostra comunità. Vuole, come richiama papa Francesco, che la logica dell’esclusione e dello scarto lascino lo spazio alla logica del dono e alla cultura dell’incontro». Incontro tra diverse culture, incontro nella città plurale: lo nota con un accento particolare l’Arcivescovo, ringraziando le autorità civili presenti, tra cui, in prima fila, il sindaco di Milano, Pisapia, il presidente del Consiglio Regionale Cattaneo, il Questore e il Prefetto, i responsabili delle forze Armate. «Un segno molto eloquente del buon grado di maturità del popolo della metropoli milanese, perché l’amicizia civica vera, rispettosa di ogni credo e ogni convinzione, ci consente veramente di vivere la società plurale come occasione di bene per ciascuno dei membri della comunità».

Poi, il pensiero torna la Giubileo: «una delle grazie che l’Anno Santo mette a nostra disposizione è la pratica delle indulgenze. Le indulgenze sono una forma di partecipazione responsabile alla redenzione di Cristo. Si tratta di una prassi cristiana che nasce dalla consapevolezza della Chiesa di dovere sostenere tutti i suoi figli nel cammino di conversione. Le indulgenze offrono a ciascuno di noi peccatori che si pente il dono della remissione delle conseguenze che accompagnano il peccato nel tempo: la Chiesa, in questo modo, abbraccia con misericordia i suoi figli vivi e defunti e li fa più pienamente partecipi della comunione dei santi. In questo Avvento ci riconosciamo ancora una volta come il popolo di coloro che aspettano il Signore, anche se fragili e poveri. Un popolo che domanda con insistenza al Signore che viene, sii vicino».

Da qui, la grande speranza che si fa anche augurio per quella autentica esperienza di fede, come conversione del cuore, penitenza e accoglienza del Signore, con cui vivere il senso autentico dell’Anno Santo. «Speranza che ci rende capaci di una grande opera di misericordia spirituale, consolare gli afflitti. Ne avvertiamo acutamente il bisogno, per noi anzitutto, e per quanti, donne, uomini e popoli, sono oppressi sotto il peso del male fisico e morale».